Coronavirus: la risposta dei mercati

La realtà del settore metalli e del segmento alluminio

Il sistema economico industriale italiano sta attraversando un momento delicato a seguito degli sviluppi legati al Coronavirus: attività commerciali ferme, rischi anche per lo svolgimento delle attività industriali, necessità di controllare l’estensione del contagio che mette a serio rischio le prospettive di crescita a medio termine dell’Italia. 

Mario Conserva, direttore della rivista Alluminio & Leghe, segretario generale della confederazione europea dei consumatori di alluminio FACE e presidente del METEF sottolinea alcuni aspetti delicati legati al settore della lavorazione metalli, in particolare il segmento dell’industria dell’alluminio. 

Come sono stati influenzati i mercati dei metalli? Quali prospettive per il comparto dell’alluminio?

ll Coronavirus ha colpito tutti i mercati indebolendo anche le quotazioni dei metalli non ferrosi. Poiché tutto è partito dal dalla Cina, l’immediato impatto sulle materie prime metalli era inevitabile perché la Cina è leader produttore mondiale di alluminio primario e primo importatore di rame, zinco e nichel. 

Le quotazioni del rame al London Metal Exchange LME sono passate da 6300 $/t di metà gennaio a circa 5300 e l’alluminio HG è sceso da 1800 $/t a circa 1650. Per la produzione di alluminio primario in Europa, solo Hydro e Rio Tinto hanno annunciato tagli di produzione, tra il 15 ed il 20%, ma senza un preciso riferimento alla emergenza sanitaria. 

Le basse quotazioni LME creano difficoltà a molti smelter europei, secondo una stima di CRU, 13 di questi impianti per una capacità di oltre 1,8 mil t di alluminio primario rischiano tagli produttivi o chiusura. Sullo scenario globale, la Cina nel 2019 ha prodotto 36 mil t di primario, su un totale mondiale di 64 milioni.

L’emergenza pone ora molte incognite: la Cina continuerà a produrre primario, anche se ne potrà assorbire molto meno di prima (si valuta un calo della produzione industriale cinese superiore al 13%)? Se la risposta è, come sembra, positiva, il gigante asiatico potrebbe invadere il mercato con valanghe di materia prima, un alluminio ad alta impronta di CO2, proprio nel momento in cui grandi produttori mondiali come Rusal ed Hydro puntano su produzioni green con energia idroelettrica a bassa impronta di carbonio.

Infine, ci si domanda se la Cina terrà viva la produzione di semilavorati in alluminio che potrà essere assorbita solo in piccola parte nel mercato interno, continuando quindi, con accresciuta pressione, ad inondare il pianeta di prodotti a prezzi sottocosto. Responsi a tutte queste domande si potranno avere solo dai prossimi mesi. 

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