Centro Studi Assomet

Indica riduzioni contenute nella produzione di semilavorati di alluminio rispetto a quanto ci si aspettava durante i primi mesi di emergenza sanitaria.

UNA POSSIBILE RIPRESA

Il comparto italiano dell’alluminio e, in particolare, dei semilavorati ha registrato una consistente ripresa a partire da luglio 2020, che si è poi consolidata negli ultimi mesi dell’anno, portando a diminuzioni intorno al 5%, nettamente migliori rispetto a quanto prospettato durante i duri mesi di lockdown.

Il sentiment generale tra gli operatori di mercato è al momento positivo, grazie ad una buona copertura degli ordini e ad una totale ripresa della produttività, che inizialmente si pensava potesse essere correlata all’accumulo degli ordini pregressi, ma che invece sembra perdurare, configurandosi in una vera e propria ripresa.

I cali più marcati hanno interessato le produzioni legate all’automotive e, in modo minore, al building, che però negli ultimi mesi ha visto crescere la domanda di semilavorati, grazie soprattutto al “Superbonus 110”, nuova legge volta a rilanciare il settore edile.

Diverso il trend per le realtà la cui produzione è destinata al settore del packaging e a quello farmaceutico, che hanno registrato valori positivi durante l’intero anno sia perché non vi è stata interruzione dell’attività in quanto legati a necessità di base, sia per il calo delle importazioni dalla Cina.

Secondo i dati raccolti ed elaborati da Assomet, la produzione italiana di semilavorati di alluminio nel 2020 si è consolidata a 1.177.000 tonnellate prodotte, con una variazione negativa del 4,4% rispetto al 2019.

 

I DATI

Il comparto degli estrusi ha registrato un calo del 5,1% rispetto ai valori del 2019 grazie alla forte ripresa della seconda metà dell’anno, a dispetto delle chiusure forzate legate all’emergenza sanitaria e nonostante avesse iniziato il 2020 con un’incertezza diffusa tra gli operatori, reduci da un 2019 già in decrescita. La produzione nazionale di estrusi si attesta quindi a 566.300 tonnellate (597.000 nel 2019). Il consumo apparente di estrusi in Italia si attesta a circa 415mila tonnellate, –2,6% rispetto ai valori dell’anno precedente. La decrescita risulta più contenuta in quanto le esportazioni hanno registrato un calo più marcato rispetto alle importazioni, a causa delle difficoltà del momento storico che stiamo vivendo per gli scambi commerciali. Le importazioni di estrusi si dovrebbero attestare a circa 72mila tonnellate (al momento i dati Istat sono disponibili fino a novembre 2020), con una riduzione intorno al 4%, mentre le esportazioni dovrebbero superare le 220mila tonnellate (-9%), evidenziando l’importanza dei mercati esteri per questo comparto.

Per quanto riguarda la produzione dei laminati di alluminio, la flessione non ha superato il 4,3%, dovuta alle difficoltà attraversate dal settore dei trasporti, mentre packaging e farmaceutico, come già descritto, hanno continuato a trainare il comparto anche durante i mesi più critici della pandemia. La produzione nazionale è stata di 583.100 tonnellate.

In questo caso le riduzioni risultano essere più marcate sia per le quantità importate che per le quantità esportate, che dovrebbero attestarsi rispettivamente a 285mila tonnellate (-13%) e 305mila tonnellate (-14%). Il consumo apparente che ne risulta è in questo modo in calo del 3%, con 565mila tonnellate di laminati utilizzati in Italia.

Un altro comparto fondamentale del mercato italiano dell’alluminio, quello dei pani per fonderia, contrariamente ai semilavorati non ha recuperato le forti riduzioni registrate nei mesi di lockdown: la produzione nazionale si attesta a 570.300 tonnellate, con un calo del 18%. Il consumo nazionale registra però una riduzione più pesante, intorno al 27%, in quanto una consistente quantità di pani per fonderia è stata esportata al di fuori dell’Italia: le esportazioni risultano infatti in crescita intorno all’8-10% rispetto al 2019 (circa 290mila tonnellate). Le importazioni registrano invece un calo del 19%, con circa 160mila tonnellate.

I prezzi dell’alluminio hanno vissuto due periodi molto diversi nell’arco del 2020, influenzati dall’evoluzione dell’emergenza sanitaria. Da inizio anno fino all’apice della pandemia, i prezzi dell’alluminio al London Metal Exchange (LME) hanno registrato quotazioni in calo, crollando a 1.421 dollari (minimo da oltre quattro anni) in aprile. Poi, nella seconda metà dell’anno, grazie soprattutto alle riaperture e all’inaspettato boom economico in Cina, l’alluminio ha invertito marcia, raggiungendo in dicembre il suo punto più alto: 2.051 dollari.

A fine 2020 anche i premi dell'alluminio erano nettamente più alti negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, con una forte domanda e carenza di rottami al di fuori della Cina, a sostegno di un ulteriore aumento della domanda di metallo.

La domanda di metalli base in Cina è aumentata grazie a significativi investimenti governativi per stimolare l’economia, rivolti soprattutto al settore immobiliare e alle infrastrutture. Questo ha portato a forti incrementi nelle importazioni, dalla bauxite (+14%), all’allumina (+205%), ma anche pani in lega, o lingotti di alluminio secondario: le importazioni sono aumentate da 219.000 tonnellate nel 2019 a oltre un milione di tonnellate nei primi 10 mesi del 2020. Solo l’Italia ha esportato in Cina circa 70.000 tonnellate di pani in lega nel periodo gennaio-novembre 2020, contro un valore di 4.000 tonnellate esportato nello stesso periodo del 2019, a evidenza della forte richiesta di metallo del gigante asiatico. Di contro, le importazioni di rottami sono scese, soprattutto a causa delle nuove regole che disciplinano l’entrata di rottami e rifiuti in Cina.

Lo stesso trend si sta presentando in questo inizio 2021, con continui sorpassi delle quotazioni LME delle leghe di alluminio sulle quotazioni dell’High Grade, entrambi stabilmente superiori ai 2.000 dollari da metà febbraio.

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